“WAITING FOR THE SUN” DEI DOORS: UN ROCK PSICHEDELICO NELL'AMERICA DEL '68
Di pari
passo a una serie di travolgenti concerti, la primavera del 1968 vede i Doors
impegnati nella registrazione del loro terzo LP “Waiting For The Sun”.
Come
dimostrano alcuni affascinanti brani già completati sul finire del 1967 (“The
Unknown Soldier” e Spanish Caravan”), il rock psichedelico che caratterizzava il
gruppo in quel periodo stava esplorando nuove strade, legate al teatro e
all’immagine tradotta in musica.
Un
approccio che è possibile riscontrare anche in “Waiting For The Sun”, canzone
inizialmente intesa come title track del disco in preparazione.
Frutto di
una feconda collaborazione tra il cantante Jim Morrison e il chitarrista Robby
Krieger, la traccia venne messa su nastro prima dell’estate ‘68. Tuttavia, il
risultato non convinse il quartetto e il produttore Paul Rothchild, portando perciò
all’accantonamento del pezzo (purtroppo, non esiste alcuna registrazione di
questo primo tentativo).
Nonostante
la cancellazione di “Waiting For The Sun” dalla track list dell’LP, il brano attribuì
sia il titolo che la copertina al vinile in uscita nel luglio ’68.
Un anno e
mezzo più tardi, nel novembre 1969, i Doors si apprestavano ad incidere il
quinto album della loro discografia: “Morrison Hotel”.
In questo
frangente, la carenza di materiale originale spinge la band a recuperare
diverse composizioni dal passato, le quali occuperanno circa la metà di questo
eterogeneo disco.
Tra le
tracce provenienti dagli anni precedenti troviamo anche “Waiting For The Sun”. Il
suo stratificato arrangiamento fu portato in studio sostanzialmente inalterato,
sfoggiando le elaborate ed enfatiche sonorità psichedeliche che lo
contraddistinguono.
Malgrado
ciò, tre rilevanti elementi musicali furono nuovamente incisi e sostituiti a
quelli originari. Essi sono: la voce solista di Jim Morrison, la batteria di
John Densmore ed il basso elettrico suonato dal sessionman Ray Neapolitan
(nella versione del ’68 quest’ultimo strumento era affidato invece ad un altro
sessionman, l’ottimo bassista Doug Lubhan).
Nonostante
questi tre significativi interventi, il testo, la personalità e la
strumentazione del brano rimasero sostanzialmente immutate rispetto al ’68.
Coprendo
un arco temporale di circa quattro minuti, il pezzo presenta una struttura
stimolante e diversificata: strofa – ritornello (ad esempio dal min. 0.35 al
min. 0.47) – strofa – ritornello – middle eight – strofa abbreviata –
transizione strumentale – strofa abbreviata – ritornello – coda.
“Waiting
For The Sun” ruota attorno ad un tema severo, evocativo e solenne impiegato in
tre distinti momenti della composizione. Nelle strofe (ad esempio al min. 0.19
e, ripetuto due volte, al min. 0.30), durante la sezione strumentale (dal min.
2.47 al min. 3.08) e ribadito un’ultima volta a chiusura della canzone.
Questo
motivo scandisce vigorosamente un ritmo maestoso e austero, come la musica magniloquente di una sfarzosa liturgia pagana, conferendo così al suo incedere risoluto
una doppia funzione.
In primo
luogo, ad esso è assegnato il compito di definire l’atmosfera generale della
canzone, cospargendola di imponenti vibrazioni psichedeliche simili alla improvvisa
rivelazione di minaccioso segreto.
In secondo
luogo, questo tema ha il ruolo di introdurre il ritornello, come accade con le rapide
figure ritmico-melodiche che precedono il ritornello in “Love Me Two Times” nel secondo album della band (“Strange
Days”).
A caratterizzare
questo passaggio dall’andamento implacabile e dinamico allo stesso tempo, è il
sintetizzatore Moog a tastiera, il quale era già stato marginalmente impiegato
nella title track di “Strange Days”.
Aiutati dal
tecnico Paul Beaver nell’utilizzo di questo strumento all’epoca innovativo, i
Doors ne estraggono un suono cupo, profondo e frastagliato, il quale aggiunge a
“Waiting For The Sun” i toni foschi di un arcano mistero.
A
costituire un fattore di continuità con l’LP “Strange Days” è anche lo stile tenuto
da Robby Krieger alla chitarra elettrica. Egli si serve di un piccolo cilindro
di vetro fatto scorrere sulle corde, mettendo in pratica la tecnica detta
“slide guitar” o “bottleneck guitar”, nata all’inizio del’900 nell’ambito del
Country Blues.
Le
ondulate traiettorie elettriche sprigionate in questo modo dal chitarrista percorrono
la canzone per tutta la sua durata. Ora languide ed allungate (nelle strofe), ora
brevi, vivaci e taglienti (nei ritornelli), ora ripiegate su sé stesse, aspre e
sperimentali (nella sezione strumentale).
Questi
interventi aumentano ulteriormente la carica psichedelica del brano, così come
le due diverse tastiere suonate da Ray Manzarek.
La prima è
un organo elettrico (Gibson K-101 Kalamazoo) usato nelle strofe con due delle
distorsioni in esso incorporate (“ripetizione” e “riverbero”). Nel secondo caso
si tratta invece di un clavicembalo elettrico (Baldwin Harpsicord), il quale proietta
vivacemente la sua sfavillante luce metallica nei ritornelli, nel middle eight
e nella sezione strumentale.
All’interno
della canzone ha particolare rilievo il middle eight, il quale si protrae per
più di un minuto (dal min. 1.26 al min. 2.30). Questa estesa sezione mediana
della composizione si fonda su di una ostinata, incisiva e tetra sequenza di
accordi. Essa è creata dalla fragorosa somma di tutti gli strumenti e guidata,
nel suo ritmo insistente e penetrante, dal canto scuro e deciso di Morrison.
La voce
del cantante, suggestiva e nostalgica lungo le strofe, è accompagnata da una
seconda linea vocale sovrapposta alla prima in corrispondenza dei ritornelli e del
middle eight.
Inoltre, seminascosti
nel mixaggio finale, permangono alcuni frammenti di grida e gemiti provenienti
dal nastro del ’68 (ascolto dal min. 2.46 al min. 2.58).
Sebbene
non appartenga alle sue migliori prestazioni canore, la performance del
frontman dei Doors è complessivamente più che convincente, incorniciando un
testo tipico della controcultura americana di fine anni ’60.
Il sorgere
del sole, atteso con paziente apprensione, rappresenta la metafora di un mutamento
nella società conservatrice statunitense che all’epoca stentava ancora ad
affermarsi (“Waiting for you to tell me what went wrong”; in italiano: “Aspettiamo
che tu ci dica cosa è andato storto”).
Tra i
poetici versi scritti per questa canzone, Morrison inserisce anche una frase
che diverrà celebre come esortazione a vivere con la massima intensità le esperienze
che incontriamo quotidianamente: “This is the strangest life I’ve ever known”;
in italiano: “Questa è la vita più strana che abbia mai conosciuto”.
“Waiting
For The Sun” è fortemente legata al rock psichedelico che connotava l’album “Strange
Days”, risultando parzialmente fuori contesto nel febbraio ’70 (data di
pubblicazione di “Morrison Hotel”).
Il brano, nel
contempo emozionante ed interessante, vede un gruppo incline a sperimentare
soluzioni musicali non scontate al servizio di una sentita invocazione al cambiamento
socio-culturale.
Esso è in grado di coinvolgere l’ascoltatore in ambienti sonori talvolta fastosi e roboanti talvolta eterei e fluttuanti, i quali colpiscono l’immaginazione dell’ascoltatore con la forza di distorte immagini cinematografiche.
Il mio libro “The Doors Attraverso Strange Days” è disponibile su tutte le principali piattaforme. Il più completo viaggio mai fatto attraverso il secondo LP dei Doors.
Di seguito qualche link:
Si ringrazia Alex Raga per la consulenza tecnico-musicale.





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