I DOORS DAL VIVO A DALLAS IL 9 LUGLIO 1968: ANALISI DEL BOOTLEG
Il 9 luglio 1968, una settimana dopo la pubblicazione dell’LP “Waiting For
The Sun”, i Doors suonano dal vivo per circa un’ora al Memorial Auditorium di
Dallas.
Davanti a migliaia di persone si trova una band che sta velocemente
raggiungendo il culmine della propria notorietà.
Alcuni passaggi del live, riguardanti soprattutto il cantante Jim Morrison,
verranno filmati e successivamente inclusi nel documentario sulla vita on the
road del quartetto californiano (“A Feast Of Friends”).
Sebbene sia una fortuna potere ascoltare il bootleg dello show di Dallas,
la registrazione amatoriale ha lasciato dietro di sé un audio di media qualità.
A risentirne maggiormente è la chitarra elettrica di Robby Krieger, della
quale non parleremo in questo articolo perché quasi inudibile. Tuttavia, è
possibile intuire una nutrita serie di assoli e di interventi chitarristici di
notevole qualità e interesse (ad esempio durante il medley “Back Door Man” / “Five
To One”, in “Moonlight Drive” e in “When The Music’s Over”).
Nonostante il livello non ideale dell’audio, l’ascolto di questa coinvolgente
esibizione risulta ampiamente soddisfacente ed entusiasmante.
Grazie ad una performance graffiante ed avvincente la musica dei Doors supera
i difetti della registrazione con una travolgente onda d’urto espressiva.
Spiccano per nitidezza sonora e intensità esecutiva la voce di Morrison e
la batteria di John Densmore.
Nel primo caso è ravvisabile il meraviglioso connubio di bruciante aggressività
e fosca seduzione che fa del cantante dei Doors un riferimento nella storia del
Rock.
Nel caso del batterista, sul palco di Dallas siamo di fronte all’alternanza
di dinamica incisività e creativa sensibilità nel tocco dei tamburi che raramente
è stata raggiunta da altri percussionisti.
La band affronta questo concerto con la compatta determinazione tipica
delle incisioni in studio, dimostrandosi estremamente efficace sebbene meno
imprevedibile e spregiudicata rispetto ad altre occasioni.
L’apertura del live è affidata a “Soul Kitchen”, tratta dal primo album del
gruppo (“The Doors”, gennaio 1967), la quale chiarisce subito l’ottima forma
del quartetto.
Raddoppiata nella sua lunghezza originale, essa contiene versi improvvisati
da Morrison aggiuntivi rispetto alle parole consuete del brano.
Inoltre, l’assolo di Manzarek all’organo elettrico, gradevolmente
contaminato dallo stile Jazz Soul, è assente dalla traccia del disco.
A seguire, prende il via un momento divenuto, a quel punto della carriera
della band, oramai consueto.
Si tratta del medley composto da “Back Door Man (cover del Blues di Howlin’
Wolf del 1960) e “Five To One” (scritta dai Doors stessi). Le due canzoni
provengono rispettivamente dal già citato LP “The Doors” e dal recentemente
pubblicato “Waiting For The Sun”.
Tra provocazioni verbali e un testo ancora una volta impreziosito ed esteso
da parti improvvisate, è Morrison a dominare la scena.
La sua voce, guidata da un istinto selvaggio e malizioso, è al contempo profonda
e abrasiva, riassumendo in sé stessa lo spirito irrequieto e impetuoso del genere
Rock.
Il terzo numero della serata è “Break On Through (To The Other Side)”, capolavoro
compreso tra le tracce dell’album d’esordio della band che qui viene prolungato
fino a cinque tempestosi minuti totali.
Da notare al suo interno almeno tre particolarità. La prima è la voce di
Manzarek che rinforza quella di Morrison nei ritornelli e talvolta sul finire
delle strofe.
Il secondo fattore è dato dall’assolo di organo elettrico, vistosamente
modificato rispetto al vinile in direzione di una libertà che sfiora lo stile
Jazz Hard Bop. Il terzo importante elemento è rappresentato dal canto di
Morrison, il quale presenta al pubblico due strofe estratte dalla canzone
“Don’t Fight It” di Wilson Picket (risalente al 1965).
Continuando a setacciare il disco “The Doors”, il quartetto passa quindi alle
suadenti ed arcane scenografie sonore di “The Crystal Ship”.
In essa spicca nuovamente l’assolo all’organo elettrico di Manzarek, nella
cui parte centrale la fluida e poetica corrente di acute note acquisisce le
cadenze eleganti e ornamentali ispirate alla musica classica barocca.
La poesia “Texas Radio And The Big Beat” (che due anni e mezzo più tardi fornirà
lo spunto per una canzone dell’album “L.A. Woman”) sfocia senza soluzione di
continuità nel brano “Hello I Love You” (uscita come singolo circa un mese
prima di questo concerto e destinata a raggiungere la vetta della classifica
americana).
Ai quattro appassionanti minuti occupati da questo suggestivo abbinamento succede
“Monlight Drive”, incantevole composizione nonché traccia numero sei del
secondo LP dei Doors (“Strange Days”, settembre 1967).
Se la cover di “Money” (Barret Strong, 1959) trasforma il Rhythm And Blues originario
in un ruvido e trascinante blues, “When The Music’s Over” rispetta sostanzialmente
la splendida versione del vinile nel quale è contenuta (“Strange Days”).
Il finale dell’esibizione è affidato, come spesso accadeva, alla sequenza
“Wake Up” / “Light My Fire”.
Un urlo acuto e tagliente di Morrison ne introduce la prima parte, i cui
versi si susseguono unendo poesia e teatro in una aspra e inquietante
esplosione di sonorità d’avanguardia. Da segnalare anche la grande padronanza e
la prontezza con le quali gli altri tre membri del gruppo sostengono questa
innovativa sezione poetico-musicale.
Essa è interrotta dal colpo di tamburo rullante che apre la strada, con un
notevole ed improvviso cambio d’atmosfera, a “Light My Fire”.
Questa famosa composizione dei Doors conferisce forma e direzione alla sperimentale
cacofonia precedente, confermando definitivamente la eccitante espressività messa
abbondantemente in mostra nel live di Dallas.
L’assolo di Manzarek è purtroppo per la maggior parte tagliato. Malgrado
ciò, il suo segmento finale svela uno degli highlight dell’intero concerto:
l’infuocato scambio tra l’organo elettrico e la batteria che conclude l’assolo
stesso.
Il dipanarsi di “Light My Fire” vede Morrison scagliare verso la platea due
versi appartenenti a “When The Music’s Over”: “Persian night babe” e “See
the light babe”.
Per di più, il frontman balza dal palco per porgere il microfono alla voce di
alcuni spettatori (quest’ultimo frammento è però mancante, essendo racchiuso
nella porzione dell’assolo di Manzarek non disponibile sul bootleg).
Lo Show del 9 luglio 1968 appare come una solida e tumultuosa conferma
della straordinaria forza comunicativa dei Doors, i quali padroneggiavano il
loro genio musicale sul palco in maniera provocante, accattivante e rivoluzionaria.
Qui il link al bootleg di Dallas del 9 luglio 1968.
Il mio libro “The Doors Attraverso Strange Days” è disponibile su tutte le principali piattaforme. Il più completo viaggio mai fatto attraverso il secondo LP dei Doors. Di seguito qualche link:
Si ringrazia Alex Raga per la consulenza tecnico-musicale.





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